Impegnati da 20 anni in mostre personali e collettive, Cristiano e Patrizio hanno all’attivo 20 collezioni, più di 300 opere, 20 cataloghi d’arte; 30 patrocini; partecipazioni a mostre internazionali d’arte ed a workshop di pittura e scultura, un atelier di 1.000 mq che accoglie il loro mondo magnifico.

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L’arte  è agente di emozioni ; è rivissuto;  è “fare” .

L’arte è urlo e disperato tentativo, boomerang da lanciare in attesa di ritorno; e è una continua ricerca del senso delle cose.

L’arte è l’uomo, l’esistenza, la vita, il tutto .

 

ARCHEOVERTIGO (2009) testo Philippe Daverio

Cent’anni fa iniziava il percorso dirompente del futurismo. Non fu affatto una scuola di estetica figurativa o poetica; prese forma tangibile solo nel suo divenire successivo. Fu all’inizio un gesto potente di rottura in un mondo che s’era fatto definitivamente statico, che rifiutava ogni ipotesi di evoluzione oltre le certezze apparentemente stabili delle borghesie liberali d’Europa. Fu il grido di liberazione dai lacci del perbenismo e in questo senso il momento primo di autocoscienza di tutte le avanguardie successive. L’andare “contro” era il suo credo primordiale. Sorgeva in una epoca dal sapore comodo e dalla tranquillità ossessiva e ossessionante. Difendeva le generazioni in crescita alle quali veniva negato il diritto alla propria espressione, alla propria indipendenza. Voleva rompere i perbenismi, gli equilibri, le sicurezze dei poteri costituiti.

E oggi siamo sostanzialmente al punto e a capo!

Le avanguardie sono diventate una sorta di scolastica tardo medievale che s’insegnano oltre la noia nelle accademie. Le riviste nella maggioranza dei casi sono contenitori pubblicitari alla ricerca del consenso conformista. Le strutture espositive pubbliche si allineano sulle indicazioni d’un mercato teoricamente stabilizzato dalla sanzione dei martelletti delle case d’asta. E il commercio internazionale, fondato su crediti dove la finanza ha soppiantato l’intelletto, esce da una crisi globale proponendo merci di riserva stoccate negli stessi magazzini della merce in disuso. Al pubblico viene chiesta la perpetuazione del plauso. E Basta…

L’Italia attuale non è ovviamente quella di Marinetti. La sua stava passando dall’agricoltura poetica delle contese ottocentesche alle tensioni delle modernità. Si apriva all’Europa ch’era allora Parigi col traforo del Sempione. Passava dalla destra di Crispi al sogno di mille arnachici aspettando il verbo pascoliano ch’avrebbe fatto muovere la Grande Proletaria verso successi di paccottiglia in colonie improbabili. Era incredibilmente ottimista e convinta di conquistare il futuro. La nostra, quella d’oggi, è depressa in una eccitazione trasversale fra veline e analfabeti. E come tale è considerata dalla comunità internazionale, la quale cinica non aspettava di meglio per negarci ogni diritto di creatività oltre quella innegabile dei cuochi, delle sarte e dei progettisti di posacenere. La concorrenza fra le arti non è dissimile da quella fra i latticini e i vini: non esclude alcun tipo di colpo basso. Guardando con superiorità le nostre misere reazioni indigene, i finanzieri dell’arte ci hanno affogato nel vino al metanolo.

Diventa essenziale oggi rispolverare lo spirito battagliero che fece di Marinetti un eroe. Vanno estratte dall’oblio le sue declamazioni della prima serata futurista triestina del ’10 quando sosteneva che, per mantenere in vita una letteratura obsoleta e morta, veniva ogni giorno ucciso un poeta di talento.

La critica ora torna alla militanza, cancella le norme della buona educazione, abolisce ogni certezza d’eleganze condivise. Si rimette in marcia nei fanghi della quotidianità. Non vuole scoprire il genio supremo che tanto piacerebbe al ragioniere in cerca di opportunità d’investimento. Vuole trovare la vita, in tutte le sue declinazioni contraddittorie, al di là dei parametri noiosi del buon gusto. Non vuole una scuola di pensiero e meno ancora una cifra estetica da appendersi al bavero. Vuole l’energia.

La ricerca nell’arte avviene sempre dietro le quinte del vasto spettacolo commerciale.

Non si cura di risultati immediati o di consensi plateali, vive grazie alla comprensione attenta di quei pochi che capiscono ciò che sta avvenendo al di la di ciò che appare.

E poi succedono i grandi rivolgimenti che la storia propone come prova della propria vitalità.

È ciò che avviene oggi. Il mondo sta prendendo un’altra direzione.

Si troverà inesorabilmente ad abbandonare l’ipotesi di una lingua unica, parlata o visiva che sia, nella quale riconoscersi.

È superata la patetica questione delle nicchie tollerate, poiché si stanno formando le lingue autentiche delle svariate identità, quelle che comporranno il caleidoscopio del mondo di domani.

Il domani sarà carico di feroci contraddizioni, di crudeli confronti, fra americani dal berretto intellettuale, germani gotici e francesi gioiellieri, fra nipponici concettuali e cinesi contorti, fra esecratori barbarici delle pareti dipinti, iconoclasti d’oriente e nomadi maniaci di ninnoli iperdecorati, africani superdotati e arabi dediti alle più sofisticate calligrafie. Verranno buttate nella pattumiera della storia le banalità geopolitiche d’un correct da salottino di grand hotel.

E gli italiani torneranno a dire la loro, non solo al mercatino della domenica o in quello televisivo della notte di venerdì, ma nell’allegria cosmopolita del confronto perenne delle idee e delle estetiche.

Torneranno ciaccolanti come nelle Venezie di Carpaccio, di Canaletto, di Boldini e di Tancredi, torneranno seriosi come nei grigi e nelle ruggini di Leonardo, del Piccio, di Fontana e di Armani, torneranno formali talvolta ricordando il disegno dei fiorentini e la passione per la luce che accomuna Botticelli e Fattori, torneranno barocchi, all’olio puro come a Genova, alla panna come a Napoli, al sugo di pomodoro come a Roma.

Gli Alviti, forse addirittura inconsapevolmente, stanno da anni seguendo un sentiero che porta in questa direzione. Sono romani e per questo motivo specifico sono naturalmente barocchi.

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DI LUCI e D’OMBRE (2006) testo Sergio Rossi

Nel campo della storia dell’arte il caso di due fratelli pittori non è particolarmente raro, ma assai più raro è però il caso di due fratelli che lavorino in perfetta simbiosi e armonia, senza che una personalità prevalga sull’altra ed anzi in modo tale che il risultato finale del proprio operare sia di assoluto equilibrio: il caso, appunto, di Cristiano e Patrizio Alviti. Fin dal suo nascere l’arte figurativa ha dovuto fare i conti con la propria duplice natura, sempre in bilico tra intellettualità e manualità, ed i suoi protagonisti si sono visti ora assimilare a dei semplici artigiani ora elevare al rango di intellettuali. Si è trattato, in sintesi, del perenne conflitto tra forma e materia, tra idea e prassi, che ha caratterizzato la storia stessa di pittura, scultura e architettura già dall’epoca classica.

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BALTICO MEDITERRANEO (2007) testo Werner

Cristiano Alviti Artista romano che lavora in continuo dialogo con il fratello. Caratteristica della sua produzione è una eccellente capacità artigianale. Anni di gavetta col pennello in mano e una notevole curiosità lo hanno portato a selezionare due tecniche con le quali si sente più a suo agio; l’acquarello e il bronzo. Con quest’ultimo sta ottenendo risultati pregevoli. Critiano Alviti prende l’oggetto grezzo uscito dalla fusione e lo rifinisce e lucida parzialmente. Questi corpi sono sofferti. Quel che li dilania non è esterno ad essi ma il loro stesso pensarsi. Sono gusci vuoti. Crisalidi che hanno divorato la farfalla. Case dell’anima disabitate. I corpi sembra siano divenuti ruderi. L’aver lasciato l’oggetto parzialmente scabro aiuta a d immaginare questa dimensione infera. Il corpo come della possibilità espressiva, di una voglia di vivere e fare che non accetta il limite dei cinque sensi per ricevere e della parola e delle mani per dare? La minuziosa carie della sofferenza lavora ed è in atto. La tensione è espressa dai tendini del collo e dai muscoli del torace che trasmettono l’idea di una potenza tutta tesa nel resistere a metaforiche fiamme. Non sono presenti gli arti. Il corpo è riassunto, semplificato nel tronco e nella testa. Il luogo del cuore e dei visceri sommato al luogo del pensiero. Ecco l’uomo fermo nel pensiero che lo consuma come una fiamma. Solo torcersi è permesso.   Patrizio Alviti Fratello di Cristiano. Valgono le parole iniziali che ho speso per il fratello. Questi due artisti sono in grado se vogliono di rappresentare il bello più bello che si possa desiderare e se un uomo analizza il corpo femminile, si può ben immaginare quali catastrofi possano creare per il nostri ormoni e i nostri ideali perennemente assetati. Ma, se il corpo non brilla per bellezza estetica pura e diviene guscio della sua vita interiore, ecco che il nudo femminile, che osserveremo lascerà in pace gli ormoni e si farà pensiero. Martin Buber diceva che l’unico enigma dell’esistenza è l’altro. La sua casa, il suo tempio è il corpo, questo mediatore che rende visibile un pensiero, un essere altro da noi che potrebbe rivelarci altre versioni inaspettate del dono della vita. Anche il nudo maschile ha un suo fascino. Teniamo conto che l’attualità basata esasperatamente su prodotti visivi è in mano nella sua quasi totalità al corpo femminile e in più ci sorprende pensare ad un uomo eterosessuale che analizza con interesse un corpo simile ma non uguale al suo. Patrizio è uno sportivo di un buon livello e accade che ognuno di loro identifichi il proprio corpo come una essenza passibile di perfezione ma con delle caratteristiche ben definite. Egli ha spalle larghe, pettorali notevoli scolpiti dal nuoto e via dicendo. Quando ha colto un fisico diverso dal suo poiché diverso è l’uso sportivo che il suo possessore ha scelto, ha scoperto un’armonia diversa dalla sua e dotata di un’eleganza che gli ha rivelato un mondo di possibilità espressive delle quali non supponeva l’esistenza. Un tuffatore, più esile forse, meno legato all’espressione di un gesto atletico possente, avulso dalla battaglia che rappresenta l’essenza della pallanuoto di Patrizio.Il tuffatore che in questo caso è il mistico altro è più mentale, tendente al gesto calibrato e minuzioso che diviene lo specchio di un’eleganza, di un’armonia che passa dal corpo addomesticato, alla misura per adagiarsi in un mondo di pensiero da scoprire.        ………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

FINESTRE (2004) testo Laura Clemens

Come chi viaggia nella realtà geografica, noi viaggiamo nel nostro mondo interiore. Quando affrontiamo una materia, quando ci confrontiamo con un avvenimento, con una realtà, con le sensazioni che ci suscitano, ci confrontiamo al tempo stesso con la presa di coscienza di quello stesso argomento.Ogni volta che viviamo un’esperienza, che cogliamo un’occasione nella nostra vita, e ci piacerebbe iniziare e portare a termine ogni situazione senza strascichi, cosa non sempre possibile, questo stesso avvenimento viene vissuto nuovamente nel ricordo, rielaborato e interiorizzato.Questo percorso è comune a tutti: di ogni evento che fa parte della nostra vita ci rimangono flash nei ricordi, talvolta immagini o parole, più spesso solo sensazioni, colori, porzioni di immagini, spesso solo frammenti.Questo processo forma il bagaglio della nostra memoria, accessibile ad ognuno di noi, diventa invece difficile aprire un varco perché gli altri possano entrare nel nostro vissuto, nei nostri sentimenti. Attraverso una finestra, reale o virtuale, si può puntare l’attenzione su un frammento di vita, su un singolo evento, sia esso un’azione o un’emozione della nostra quotidianità, così come sui nostri sentimenti. ( Su una porzione di orizzonte e anche di sentimenti.)Così quella finestra funge anche da lente d’ingrandimento per il singolo avvenimento, che viene ad assumere l’importanza data a tutto ciò che può essere portato nel ricordo e di conseguenza interiorizzato.Questo può essere ricondotto a un’istantanea delle nostre emozioni.………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

ARBOREA (2003) testo Scarpa

Due giovani innamorati dei boschi. Della loro poesia, della loro bellezza, del loro fascino. Nelle loro vedute la natura rappresenta al tempo stesso qualcosa di reale e irreale. Due pittori e due naturalisti appassionati, che si sono presi a cuore il problema dell’ecologia e del rispetto dell’ambiente. Questi alberi senza orizzonte, dalla resa a volte nitida a volte quasi astratta, sono studiati con la fantasia nelle diverse stagioni ed ore del giorno ed hanno il fascino di un tempo ormai perduto, immersi come sono nel silenzio di una natura che ancora sembra non contaminata dall’uomo.  La drammaticità con la quale gli artisti sollevano senza mezzi termini il problema dell’inquinamento e dello scarso rispetto della natura, testimonia della sincerità con la quale hanno affrontato tutto il lavoro, con una genuina affezione per il tema.

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ARBOREA (2003) testo Werner

Siamo dunque in un bosco. Penso che questi “viaggi” che ci offrono il variare graduale di un soggetto, (che si tratti di un sentimento o un toro o un albero), siano una delle forme più compiute dell’arte del nostro tempo.  Un amico che dipinge, dopo aver visto semplicemente le foto delle opere qui esposte mi ha detto che Cristiano e Patrizio erano riusciti a fare qualcosa di buono nonostante avessero scelto un argomento trito e ritrito come il bosco l’albero ecc.  Questo amico dipinge ed ha ovviamente un occhio clinico più affidabile del mio che ho scelto di esprimermi in arte scrivendo e trovo che non abbia certo torto. L’argomento è più che navigato ma in questa mostra mantiene una sua levatura perché ci offre una evoluzione, un film dell’interiorità vissuta e riprodotta con immediatezza. Il tocco rapido e nervoso nella realizzazione di alcune tele nasce dalla cura nel voler ridurre al minimo lo scarto di tempo fra lo stato d’animo provato e la sua rappresentazione sulla tela.  E’ un po’ come se si cercasse di essere immediati, ma per quanto lo si riduca, questo scarto esiste ed è fatto di memorizzazione di detto stato interiore e della sua rimeditazione.  Non sarà necessario dire di più.  Dove c’è una tecnica più delicata, più vicina ad un senso estetico armonizzato che si potrebbe chiamare bellezza, sentiamo il pensiero che smussa le punte più acuminate di una possibile dolcezza che rischia di diventare patetica o gli abissi di una tristezza che se esasperata diviene nero puro o puro rosso fuoco senza alto o basso o senso di profondità o altro che si possa intuire come frutto di coerenza. In fondo ma proprio in fondo alla nostra psiche il linguaggio non è quello delle parole. L’anima usa i simboli e il discorso si fa complicato ma intuibile.  ………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

ARCO PICIOCCO (2003) testo Paola Magni

Un mosaico è come una persona: visto da lontano sembra una superficie compatta, omogenea. Se ci si guarda intorno per strada gli sconosciuti sembrano un po’ tutti uguali, solo conoscendoli si notano le differenze, le peculiarità, le sfaccettature della personalità.  Così il mosaico.  Da lontano sembra quasi un dipinto dalle forme un po’ spigolose, poi, man mano che ci si avvicina, si notano le sfumature, le ombre, le luci ma soprattutto si vede la vera texture della superficie.  Non una, ma migliaia di superfici compongono il mosaico, ed è proprio questa interazione di corpi a definirne la natura, così come in una persona sono tanti gli aspetti che ne definiscono la personalità. In un mosaico ogni tessera ha la sua storia, antica, che è scritta nella stratificazione dei colori, nelle venature, nella luminosità del tassello, che viene a sua volta rimodellato per entrare a fare parte di un insieme.  Se una vita è composta da tanti eventi, a sua volta lo è una giornata e a loro volta tutti i minuti che compongono le ore, anche se voltandosi indietro, da lontano si rischia di vedere una superficie piatta. Alcune tessere in questi mosaici sono più luminose di altre, come alcuni ricordi si illuminano nella mente o alcuni momenti portano un bagliore nei nostri occhi.  Perché cercare lontano se negli eventi più comuni del quotidiano possiamo trovare tanta poesia?

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I PONTI DI ROMA (2004) testo Paola Magni

Materia sottile e vibrante, che separa cielo e terra, materia solida e millenaria, che si dissolve, riflessa nell’acqua, in profonde trasparenze e deformanti esplosioni di colore. Sinuose e insinuanti macchie che svelano la vera intenzione degli artisti: indagare l’animo umano sul dualismo tra l’essere e l’apparire, esprimere e raccontare l’io in relazione al diverso da sé. La ricerca artistica è dunque strumento di ricerca interiore e contatto con il mondo.

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DI LUCI e D’OMBRE (2006) testo Werner

Questi corpi sono pensiero. Puoi domandarti chi è la modella, ma non hai una sua foto. Non la vedrai facilmente. Hai il pensiero di un artista che parte dal corpo vero per te ignoto. Hai la visione che partita dagli occhi è stata stremata da qualcosa che è un sentire che sai di avere anche tu, ma non lo porti oltre ad un attimo di lucidità del pensiero. L’artista raccoglie quell’attimo. Un corpo, una persona. Comprendere è la forma più alta di possesso. Lascia l’altro libero. Non necessariamente passa per il corpo. La via che passa dalla sua carne non è detto che porti nemmeno al cuore.Le macchie dell’acquarello, la carta ruvida.

Ti rifugi nella materia. Il pensiero non è abituale nella vita quotidiana. La vita è fatta di fretta. Il corpo è sinuoso, la linea si allarga alle spalle. Esprime una forza più sottile, più mentale di quella che Patrizio metterebbe in un autoritratto. Non che nella pallanuoto esista solo la forza, ma sicuramente l’eleganza ha meno possibilità di mostrarsi.

I volti sfilano. Mi guardano. Non giudicano. Li lascio fare. C’è anche un autoritratto. Mi attirano. Mi piace vedere come una persona si vede. Come si sente. C’è troppa bellezza nel mondo. Quegli occhi lo sanno. Bellezza che diventa quindi crudele, fine a se stessa. Quando finisce l’adolescenza? Quando l’ hai capito. Quando sai che grandi sono quelle cose, quelle persone, quelle parole, quei gesti, che sono degni di essere ricordati.

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